Të jetosh në Itali - Shqiptari i Italisë

Con il decreto Salvini, la cittadinanza italiana diventa più difficile, più cara, più lontana, ma anche precaria.
Uljana Gazidede (AAI): “Le restrizioni in materia di cittadinanza introdotte dal decreto colpiscono persone che sono ad un passo dal divenire cittadini. Non rendono più sicura l’Italia, ma soltanto più difficile e tortuosa la piena integrazione degli immigrati” 

L’associazione Avvocati Albanesi in Italia sostiene l’iniziativa di 60 magistrati magistrati emiliano-romagnoli in tutela e salvaguardia della vita umana, contro le politiche sull’immigrazione 

Krijohet A.A.I. – Shoqata e Avokatëve Shqiptarë në Itali

Nasce A.A.I. – l’Associazione Avvocati Albanesi in Italia 

INPS përcakton shumën vjetore të çekut social për vitin 2019. Është 65 € më i lartë se vitin e shkuar por ngrihet me 5 muaj edhe mosha kur mund të kërkohet

Primo: le migrazioni di grandi masse umane sono una realtà non sopprimibile. Secondo: i Paesi dell’occidente ricco e produttivo hanno bisogno di capitale umano. Terzo: l’immigrazione porta con se problemi di convivenza e genera insicurezza che, a sua volta, porta intolleranza e pure estremi xenofobia e razzismo. Chi voglia altrettanto seriamente affrontare il tema immigrazione deve impostare programmi che tengano conto di tutti e tre i postulati di cui sopra, e agire fornendo in modo equilibrato risposta a ciascuno di essi. La mera repressione dell’immigrazione finalizzata all’incasso del dividendo elettorale della paura è segno di cecità, non dà risposte efficaci al problema e ne perpetua gli aspetti negativi. Per questo il c.d. decreto sicurezza va rigettato
Di Avv. Gentian Alimadhi

Avv. Gentian Alimadhi

Il dibattito sul decreto sicurezza e la presa di posizione dei vari sindaci che sta occupando buona parte delle pagine giornalistiche degli ultimi giorni, interpella la mia attenzione sulla questione. Sento di dover dare  il mio punto di vista il quale non può prescindere da un giudizio di carattere giuridico, prima, e politico/umano, in un secondo momento. Prima di entrare nel labirinto che caratterizza l’ordinamento legislativo italiano, premetterei quello che è il nocciolo della questione: può un sindaco sconfessare una legge dello Stato che sancisce che “il permesso di soggiorno (inteso quale titolo provvisorio in attesa del riconoscimento della protezione internazionale) non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica…”?

Premettiamo l’inciso che un sindaco, essendo qualificato giuridicamente come ufficiale di governo, eletto ma sempre ufficiale di governo, per legge deve applicare la legge. E se un sindaco nutra delle riserve, debba cercare di attivare i canali consentiti dalla legge affinché la questione finisca davanti alla Corte Costituzionale, quale organo preposto a sciogliere eventuali questioni di legittimità. Se disattende la legge dello Stato, commette un illecito, quindi passibile di sanzione. Se la mossa dei sindaci “dissidenti” la ipotizzassimo come politicamente voluta, allora questi sindaci li potremo considerare dei martiri della causa poiché lo Stato, una volta commesso l’illecito, si vedrebbe costretto a sanzionarli. Tornando alla legge in discussione, pare incontrovertibile che sia una legge di impronta razzista, a tratti insensata ma comunque inutile. Prima di passare all’esame dal punto di vista strettamente tecnico-giuridico della norma e del conflitto che n’è conseguito in questi giorni, mi rimane ancora da comprendere il perché della esclusione dall’iscrizione anagrafica di coloro che attendono il riconoscimento dello status da parte della competente Commissione territoriale ancorché titolari di un permesso di soggiorno con possibilità di svolgimento attività lavorativa. 

Pertanto, esaminando la questione da un punto di vista prettamente normativo – di legittimità, si giungerebbe a dare torto, se non da un punto di vista morale, da quello del rispetto della legge nazionale, alla ferrea presa di posizione del sindaco Orlando ed altri che gli si sono allineati. Più precisamente, concedere la residenza allo straniero che sia in attesa della decisione sulla propria domanda di richiesta di asilo, è un diritto che lo Stato potrebbe – fuori da ogni logica - arbitrariamente negare. Vediamo il perché.

Il D.Lgs. 142/15 (“procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale”) dà il diritto allo straniero che abbia presentato domanda di protezione internazionale (cosiddetto diritto di asilo sancito dall’art. 10, comma 3, della Carta Costituzionale) al rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo in attesa della decisione dell’organo preposto sulla propria richiesta. Grazie al rilascio del permesso di soggiorno, lo straniero ha dunque il diritto di soggiornare legalmente sul territorio della Repubblica, oltre ad altri benefici, come quello dell’iscrizione al servizio sanitario nazionale.

Prima del Decreto Salvini (D.L. 113/18) lo straniero a cui era stato rilasciato il menzionato permesso di soggiorno veniva iscritto nei registri dell’anagrafe dei cittadini residenti in applicazione al comma 7 dell’art. 6 del Testo Unico dell’Immigrazione (D.Lgs. 286/98 c.d. TUI), il quale dispone che: “Le iscrizioni e variazioni anagrafiche dello straniero regolarmente soggiornante sono effettuate alle medesime condizioni dei cittadini italiani con le modalità previste dal regolamento di attuazione”. Lo straniero regolarmente soggiornante è colui che sia in possesso del permesso di soggiorno il quale, si trova dunque a possedere gli stessi diritti del cittadino italiano con specifico riguardo alle iscrizioni anagrafiche. 

Con l’entrata in vigore del Decreto Sicurezza, si sono palesati due contrasti normativi.

- Il primo riguarda, come detto, la divergenza tra l’art. 6, comma 7, TUI, in quanto il D.L. 113/18 e l’art. 13, comma 2 (modificando il D.Lgs. 142/15), dispone che: “Il permesso di soggiorno di cui al comma 1 (cioè per motivi di asilo) non costituisce titolo per l'iscrizione anagrafica ai sensi del Testo Unico Immigrazione”.

- Il secondo riguarda invece la modifica del D.Lgs. 142/15.

Ora, considerato che il Decreto Sicurezza non ha espressamente abrogato l’art. 6, comma 7, del TUI, per risolvere questa antinomia tra norme giuridiche ci si dovrà rifare al principio "lex posterior derogat priori" (latino: "la norma posteriore deroga quella anteriore") ovverosia al criterio cronologico. In base a questo criterio, in caso di contrasto tra due norme giuridiche prevale quella che è stata promulgata successivamente, ossia quella più recente. La norma anteriore cessa quindi di produrre i suoi effetti con l'entrata in vigore della norma posteriore; si parla, in questo caso, di abrogazione  tacita della prima da parte della seconda.

Ciò detto, nessuna problematica parrebbe sussistere nel caso oggi trattato, essendo il Decreto Salvini quello cronologicamente più recente rispetto al Testo Unico dell’Immigrazione datato 1998.

Però tale affermazione non può valere anche nei confronti del comunque più antico D.Lgs. 142/15 sulle procedure per il riconoscimento della protezione internazionale). Difatti, il criterio cronologico è recessivo rispetto a quello gerarchico (espresso dal brocardo "lex superior derogat inferiori"); pertanto, la norma posta da una fonte inferiore non può mai abrogare quella posta da una fonte gerarchicamente superiore, sebbene ad essa posteriore.

La gerarchia delle fonti del diritto prevede che nel nostro ordinamento la Legge - e gli atti aventi forza di legge, come i Decreti Legislativi ed i Decreti Legge - siano inferiori solamente alla Costituzione. La loro supremazia resta secondaria solamente alle fonti del diritto Comunitario, ed ovviamente alle fonti del nostro ordinamento che le recepiscono attuandole nel nostro ordinamento.

Ebbene, il D.Lgs. 142/15 è stato emesso in attuazione della direttiva 2013/33/UE recante “norme relative all'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale”. Dunque lo stesso non poteva essere modificato dal D.L. 113/18 (Decreto Sicurezza) in quanto emesso in attuazione di una norma comunitaria gerarchicamente superiore.

Ciò è vero solo in parte in quanto nel caso di specie non parrebbe sussistere alcuna antinomia / contrasto di norme. Vero che il Decreto Sicurezza ha modificato il D.Lgs. 142/15 aggiungendo all’art. 4 il comma 1 bis che prevede che il permesso di soggiorno non costituisce più titolo per l’iscrizione anagrafica, ma tale emendamento è solamente un’aggiunta, che non abroga una precedente disposizione. Difatti, come visto, il diritto ad essere iscritti nel registro dell’anagrafe sussisteva solamente grazie all’art. 6, comma 7, TUI, il quale abbiamo visto essere stato implicitamente abrogato.

 Anche qualora volessimo sviscerare la Direttiva Europea 2013/33/UE attuata con il D.Lgs. 142/15 scopriremmo che il Decreto Sicurezza non è in contrasto con alcun principio in essa contenuto. Invero, all’art. 7 della stessa Direttiva UE (Residenza e Libera Circolazione) è affermato, con riferimento ai richiedenti la protezione internazionale, che: “Gli Stati membri possono stabilire un luogo di residenza per il richiedente, per motivi di pubblico interesse, ordine pubblico o, ove necessario, per il trattamento rapido e il controllo efficace della domanda di protezione internazionale”.

Dunque, anche dalla lettura della normativa superiore europea si comprende come nessun contrasto tra norme sussista nel caso di specie, discorrendo la Direttiva di mera facoltà (e non obbligo), per gli Stati membri, di iscrivere nel registro della popolazione residente gli stranieri richiedenti asilo.

Aldilà della discesa nella contorta e cavillare interpretazione delle leggi sorta in seguito all’entrata in vigore del c.d. decreto sicurezza e della presa di posizione da parte di determinati sindaci coraggiosi, chi voglia seriamente riflettere sul fenomeno immigrazione, non potrà ignorare tre incontrovertibili postulati.

Primo: Le migrazioni di grandi masse umane, indotte da esplosione demografica in vaste aree del globo, tensioni geopolitiche e mutamenti climatici, sono una realtà non sopprimibile.

Secondo: I Paesi dell’occidente ricco e produttivo hanno bisogno di capitale umano per sostenere le proprie economie e il proprio welfare.

Terzo: L’immigrazione porta con se problemi di convivenza e genera insicurezza che, a sua volta, porta fastidio, intolleranza e nei casi estremi xenofobia e razzismo.

Chi voglia altrettanto seriamente affrontare il tema immigrazione deve impostare programmi che tengano conto di tutti e tre i postulati di cui sopra, e agire fornendo in modo equilibrato risposta a ciascuno di essi.

Negare il primo dei postulati significa parlare di un mondo che non è quello in cui viviamo. Tener conto solo di esso e rassegnarsi alla inevitabile invasione, magari in nome di un (malinteso) senso umanitario, evoca reazioni incontrollate e normalmente di segno anti-umanitario.

Negare il secondo punto significa condannare al declino le economie dei Paesi più evoluti. Per contro focalizzarsi solo su di esso, cioè sulla sola importazione di capitale umano necessario, significa promuovere una riedizione, magari edulcorata e forse più mite (ma non è detto), delle trascorse stagioni nelle quali i Paesi più in ritardo con lo sviluppo venivano relegati al ruolo di fornitori di braccia e di materie prime a basso costo.

Negare il terzo degli assiomi significa infine disconoscere la causa di un malessere che attraversa l’intero occidente e ne condiziona i comportamenti elettorali e politici, fino a minare i fondamenti della sua civiltà giuridica, a partire dai diritti dell’Uomo e dalla opzione democratica.

Quindi una civile e ragionevole politica dell’immigrazione sarà quella che tiene conto di tutti i suddetti fattori. Accetterà la realtà dei flussi migratori come fenomeno ineluttabile del corpo vivo dell’umanità. Considererà l’immigrazione come un fattore utile al sostegno dell’economia e del welfare. Non perderà di vista la sostenibilità del fenomeno regolandone l’affluenza, sia in termini di offerta di casa, formazione e servizi ai nuovi arrivati sia in termini di contenimento degli inevitabili disagi prodotti dall’inserimento di culture e abitudini altre nel tessuto sociale che accoglie i nuovi arrivati.

La mera repressione dell’immigrazione finalizzata all’incasso del dividendo elettorale della paura è segno di cecità, non dà risposte efficaci al problema e ne perpetua gli aspetti negativi. Per questo il c.d. decreto sicurezza va rigettato.

Per contro l’atteggiamento di quanti invocano un atteggiamento esclusivamente ispirato a sentimenti umanitari rischia, al di là delle lodevoli intenzioni, di portare acqua alla politica della repressione, nella misura in cui disconosce le inquietudini e le paure così tanto presenti nell’opinione pubblica, a partire dai ceti più esposti alla crisi.

Sipas të dhënave më të fundit të ISTAT-it, nga 458.151 fëmijët e lindur gjatë 2017-tës, 10.132 kanë të paktën njërin prind shqiptar. Gabriel e Amelia, emrat më të përdorur

Romë, 30 dhjetor 2018 – Në itali vazhdon të bjerë numri i lindjeve. Janë në rënie lindjet nga të gjitha llojet e çifteve, qoftë ato italiane, qoftë ato të përziera e qoftë ato të përbëra nga dy të huaj rezidentë në Itali. E thotë këtë raporti më i fundit i Institutit Statistikor Italian, ISTAT, mbi lindjet në Itali për vitin 2017 i botuar pak javë më parë.

Sipas të dhënave të këtij raporti, në vitin 2017 kanë lindur 458.151 vetë, mbi 15 mijë më pak se të lindurit gjatë vitit 2016 (kur kishin lindur 473.438 vetë), rreth 120 mijë më pak në krahasim me të lindurit në vitin 2008 (576.679 fëmijë).

Nga të lindurit e 2017-tës, kanë të paktën një prind të huaj 99.211 vetë (21,7%). Edhe kjo shifër është në rënie prej pesë vitesh: gjatë vitit 2016 numëroheshin 100.363 vetë, 100.766 të sapolindur në vitin 2015, 104.056 në vitin 2014, 104.100 në vitin 2013 dhe 107.339 në vitin 2012. Madje prej vitit 2008 për të parën herë numri i fëmijëve me të paktën njërin prind të huaj zbret nën 100 mijë. Në rënie edhe numri i të sapolindurve me të dy prindërit të huaj: gjatë vitit 2017 numërohen 67.933, ishin 69.379 në vitin 2016.

Përsa i përket komunitetit shqiptar, vërehet një rritje e lehtë e shifrave: kanë të paktën njërin prind shqiptar 10.132 të sapolindur të 2017-tës (gjatë vitit 2016 numëroheshin 9.882 fëmijë me paktën njërin prind shqiptar). Më në hollësi, nga raporti shihet që 7.273 fëmijë të sapolindur i kanë të dy prindërit shqiptarë (ishin 7.278 fëmijë në vitin 2016, 7.830 në 2015-tën), 1.007 kanë babanë shqiptar e nënën italiane (kundrejt 921 rasteve të vitit 2016 e 872 të vitit 2015) dhe 1.852 kanë nënën shqiptare dhe babanë italian (ishin 1.683 të lindurit gjatë 2016-tës e 1.427 të 2015-tës). Siç vërehet nga shifrat, rritja e numrit të lindjeve në komunitetin shqiptar përcaktohet nga shtimi i lindjeve  nga çiftet e përziera që ka të bëjë edhe me faktin se shumë prej këtyre çifteve në të vërtetë janë të formuara nga shqiptarë, por njëri prej tyre ka marrë ndërkohë shtetësinë italiane. Madje mund të pohojmë që një numër gjithnjë e më i lartë të sapolindurish shqiptarë në Itali nuk identifikohen nga statistikat si të tillë. Është fjala për fëmijët e lindur nga çifte shqiptarësh, që tashmë kanë fituar që të dy shtetësinë italiane.

Ndërkohë në Shqipëri, gjatë 2017-tës kanë lindur 30.869 fëmijë (shifra më e ulët e regjistruar në Shqipëri që nga vitet ‘30 të shekullit të kaluar, kohë kur vendi filloi të mbajë statistika mbi lindjet dhe vdekjet). Fakti që në të njëjtin vit, vetëm në Itali kanë lindur mbi 10 mijë foshnje me të paktën një prind shqiptar,  të lë të mendosh që lindin më shumë shqiptarë jashtë kufijve të Shqipërisë se brenda saj.

TË LINDUR ME TË PAKTËN NJË PRIND TË HUAJ

Gabriel e Amelia, emrat më të përdorur për të sapolindurit shqiptarë në Itali

Një detaj interesant që jep raporti mbi lindjet është ai i emrave që më shumë përdoren për të sapolindurit. Pak a shumë si vitet e fundit, emrat që hasen më shpesh për të sapolindurit e vitit 2017 janë Francesco, Leonardo, Alessandro për djemtë e Sofia, Giulia, Aurora për vajzat.

Për të huajt në veçanti, më të përdorurit, pak a shumë njësoj si gjatë viteve të fundit, rezultojnë Adam (428 të sapolindur janë quajtur kështu), David (292), Youssef (290), Rayan (283) për djemtë dhe Sofia (551) Sara (422), Emma (248), Aurora (245).

Preferencat e prindërve në zgjedhjen e emrave të fëmijëve, - mes tradicionalëve të kulturës së origjinës dhe atyre italianë apo perëndimorë - ndryshojnë sipas kombësive. Ata që më shumë se të tjerët zgjedhin për fëmijët e tyre emra perëndimorë e jo tradicionalë të kulturës së tyre janë kinezët që në Zyrat e gjendjes civile i regjistrojnë me emra si Kevin, Leonardo, Matteo, Alessio apo Emily, Elisa, Sofia, Angela. Krejt ndryshe sillen prindërit nga Maroku (Adam, Youssef, Rayan, Amirapo Sara, Malak, Amira, Aya), India, Tunizia apo Bangladeshi që zgjedhin për fëmijët e tyre kryesisht emra që janë të traditës së vendlindjes.

Shqiptarët bëjnë pjesë mes komuniteteve që për fëmijët e tyre zgjedhin emra perëndimorë.  Mes dhjetë emrave të parapëlqyer prej tyre edhe vitin e shkuar nuk ka asnjë të mirëfilltë shqiptar. Më të shpeshtët mes të sapolindurve në Itali nga prindër shqiptarë janë Amelia (129 vajza të lindura vitin 2017), Aurora (127), Noemi (105), Emma (99), Emily (93), Gabriel (68 djem të lindur në 2017-tën), Mattia (68), Noel (64), Kevin (64), Enea (64).

Emrat më të përdorur për të sapolindurit shqiptarë në Itali

Të mos keqkuptohemi, askush nuk vë në dyshim që do të ketë prindër që kanë quajtur bijtë e tyre edhe Gëzim apo Bujar, Teuta apo Arta, por janë të paktë. Madje nga një kontroll i shpejtë në faqen e posaçme “Quanti bambini si chiamano ...?” të portalit të Institutit italian të Statistikave këta emra janë përdorur, por fëmijët me këta emra numërohen me gishtat e njërës dorë. Në të njëjtën faqe vëren, për shembull, se gjatë vitit të shkuar nuk është quajtur asnjë vajzë Drita apo Shpresa.

Për sa u përket emrave, duhet thënë se shqiptarët e Italisë nuk sillen ndryshe nga ata që jetojnë në Atdhe. Edhe në Shqipëri, sipas INSTAT-it, emrat më të përdorur gjatë vitit 2017 janë të huaj si Amelia, Ajla, Amelja, Aria, Leandra për vajzat e Noel, Aron, Joel, Roan e Amar e nuk gjen asnjë shqiptar mes dhjetë të parëve për vajza e djem.

Keti Biçoku
(Ndiqni Shqiptariiitalise.com edhe në Facebook dhe Twitter)

Shqiptarët në Lacio dhe Romë
Nga Rando DEVOLE

Dopo il boom degli due anni precedenti, la diminuzione dell’anno scorso – secondo l’ISTAT – potrebbe essere dovuta “ad una riduzione della platea degli aventi diritto”

Roma, 20 giugno 2018 - Durante l’anno 2017, hanno acquisito la cittadinanza italiana 146.605 cittadini stranieri, registrando così un decremento del 37,5% rispeto al 2016 quando si è verificato il più alto numero in assoluto di acquisizioni. Comunque, si tratta di un dato consistente, il terzo più elevato dopo quelli del 2016 (201.591 acquisizioni) e 2015 (178.035 acquisizioni). Sono questi i dati, ancora provvisori, che arrivano dal Rapporto dell’ISTAT, “Bilancio Demografico Nazionale” relativo al 2017.

Come sempre, nel conteggio sono comprese le acquisizioni e i riconoscimenti della cittadinanza per matrimonio, naturalizzazione, trasmissione automatica al minore convivente da parte del genitore straniero divenuto cittadino italiano, per elezione da parte dei 18enni regolarmente residenti ininterrottamente dalla nascita, per ius sanguinis di cittadini con avo italiano.

Secondo l’Istituto italiano di Statistica, le prime analisi confermano che nei primi posti dei nuovi italiani del 2017 troviamo per lo più appartenenti a collettività di antico insediamento in Italia come gli albanesi e i marocchini. Oltre 105 mila dei nuovi cittadini, pari a 72% del totale, risiedono al Nord, 19,2% al Centro e soltanto 9% al Sud e nelle Isole.

Tra i nuovi cittadini si registra un sostanziale equilibrio tra i generi, con una modesta prevalenza femminile (74.621 femmine contro 71.984 maschi).

Inoltre, oltre un terzo delle acquisizioni di cittadinanza italiana, anche nel 2017 ha interessato minori di 18 anni: si tratta dei figli conviventi con genitore naturalizzato italiano, divenuti a loro volta italiani per trasmissione automatica della cittadinanza.

Secondo l’ISTAT, la diminuzione registrata nel 2017 dopo il trend di forte crescita degli ultimi due anni precedenti, potrebbe essere dovuto ad una riduzione della platea degli aventi diritto, e forse anche dalla nuova modalità online di presentazione online della domanda di acquisizione della cittadinanza italiana, introdotta nel 2015, i cui effetti possono manifestarsi solo due anni dopo, dati i tempi tecnici di espletamento delle pratiche amministrative.