Il nostro futuro in Italia? Alimadhi: “Diventare fattore economico, culturale e, di conseguenza, politico” - Shqiptari i Italisë

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Gentian Alimadhi al convegno Itinerario Albanese: dall’emigrazione in Italia all’integrazione europea: "La sfida del futuro la possiamo vincere stando insieme dovunque ci troviamo magari mettendo in campo anche una dose di autoironia che a noi albanesi non guasta"

Uno dei relatori del convegno “Itinerario Albanese: dall’emigrazione in Italia all’integrazione europea”, tenuto a Roma qualche settimana fa, è stato anche Gentian Alimadhi, avvocato noto per il suo impegno civile: oltre ad essere uno dei fondatori della associazione Scanderbeg Parma, della quale è stato per anni anche presidente, anche per aver partecipato alle ultime primarie del centro sinistra per il candidato sindaco alle amministrative di Parma.

Partecipando alla sessione “Il contributo dell’emigrazione albanese alla società italiana”, gli è stato chiesto quale poteva essere il futuro dell’immigrazione albanese e con quali mezzi e meccanismi. Alimadhi si è fermato pricipalmente su i problemi della comunità, su cosa essa desidera per arrivare poi a dare qualche esempio e proporre una possibile strada.

Pubblichiamo di seguito il suo intervento: 

Al convegno “Itinerario Albanese: dall’emigrazione in Italia all’integrazione europea”La domanda rivoltomi dall’Ambasciatore Bova appare assai impegnativa perché richiede di trovare la formula vincente per il futuro della comunità albanese in Italia. Ovviamente non ho la bacchetta magica, ma con questa domanda di sicuro saltano i miei appunti preparati in treno mentre raggiungevo stamattina Roma quindi rispondo a braccio e su alcune questioni poste da coloro che mi hanno preceduto.

Innanzitutto, per rispondere al quesito, dobbiamo capire 1) cosa vogliamo o di cosa abbiamo bisogno, 2) quali sono i problemi (se esistono) che ci impediscono ad ottenere ciò necessitiamo e 3) come trovare la soluzione ai problemi.

-        I nostri desideri possono essere diversi: ad esempio vogliamo un’Europa unita con un’Italia molto più forte al suo interno in modo tale da costituire un valido partnership per il sostegno dell’Albania nel suo cammino verso la grande famiglia. Sentivo prima l’intervento del Ministro Majko e concordo con lui quando sostiene che ora gli albanesi d’Italia devono essere considerati una ‘immigrazione di qualità’ e non soltanto di ‘quantità’. Però successivamente il ministro diceva che la prima generazione degli immigrati è quella sacrificata mentre il futuro la decideranno le seconde generazioni. Quindi, sono d’accordo con l’affermazione del ministro nella sua prima parte ma, quanto al futuro, io non voglio aspettare ancora 20 anni perché crescano le seconde generazioni e facciano il salto di qualità.
Io credo che già una buona parte della prima generazione degli immigrati alla quale appartengo abbiano le capacità per esprimere al meglio quella qualità di cui si diceva prima. Rimanendo ancora sul punto, cioè di cosa abbiamo bisogno, io aggiungerei che, una volta “riempita la pancia” dopo la prima fame, forse ora abbiamo bisogno di un po’ di dignità, di quella dignità che nel mio piccolo ho cercato di diffondere anch’io con la mia, seppur breve, esperienza politica a Parma. 

-       I problemi? Ebbene, possiamo distinguere due tipi di problemi (qui siamo tra di noi quindi possiamo tranquillamente lavare i nostri panni sporchi in casa) a) problemi intrinseci, quindi nostri individuali legati ai vari complessi che abbiamo ereditato dal passato (complesso di inferiorità, diffidenza e manie di persecuzione che spesso cerchiamo di nascondere dietro una bandiera nazionale)  e b) problemi estrinseci che sono legati a fattori esterni come ad esempio le politiche zoppicanti del paese d’origine che non aiuta la propria comunità in diaspora attraverso l’implementazione di  lobbying politiche sugli stati cui la diaspora stessa risiede.

-       Quali le soluzioni? Così rispondiamo anche alla domanda iniziale dell’Ambasciatore Bova.
L’albanese, singolarmente, ha dimostrato di essere un esempio di integrazione e successo. Devo però soffermarmi anche sul concetto di integrazione e decidere quale potrebbe essere il modello più idoneo: abbiamo da una parte un modello di integrazione intesa come “assimilazione” e l’esempio c’è lo può dare la storia secolare della Serenissima che accolse già dal medioevo tantissime famiglie di albanesi delle quali oggi non si trovano più tracce perché oltre alla lingua hanno modificato con il tempo anche i nomi quindi identità diverse assorbite in un'unica identità che è quella del paese ospitante.
Dall’altra parte, abbiamo l’atro modello di integrazione ossia quello della costituzione delle minoranze che praticano la doppia identità culturale e linguistica intesa come coltivazione e preservazione dell’identità d’origine a fianco alla nuova identità, quella coltivata dal paese ospitante (che dopo ci ha fatto sentire anche il sapore di quell’atra identità, più immensa e che avvolge le prime, ossia l’identità europea). Quali esempi del secondo modello si possono menzionare le minoranze dei ladini, dei sloveni ma soprattutto dei nostri ‘arberesh’ che da oltre 600 anni parlano la lingua arcaica albanese. Io sarei per quest’ultimo modello di integrazione.
Tornando alla domanda finale: qual è la soluzione? Essere capaci di mettersi in rete per costituire fattore economico o culturale o perché no, anche politico. Il tallone d’Achille degli albanesi sta nell’incapacità di mettersi insieme in modo spontaneo e mossi da ideali non imposti con la forza. Devo dire che, ahimè, anche gli arberesh non possono esserci tanto di aiuto in questo senso.
Dunque, concludo il mio breve intervento, dicendo che la sfida del futuro la possiamo vincere stando insieme dovunque ci troviamo magari mettendo in campo anche una dose di autoironia che a noi albanesi non guasta.

Gentian Alimadhi

Sul convegno “Itinerario Albanese: dall’emigrazione in Italia all’integrazione europea”:
L’Itinerario dell’integrazione albanese
Majko: “T’u japim emigrantëve atë që u takon, përfshirë votën. Është sfidë por do t’ia dalim”